Afghanistan, il profugo respinto dall’Iran: “Neanche lì siamo al sicuro”

ROMA – “In Iran i profughi afghani non sono visti di buon occhio, manca il lavoro e gli affitti sono altissimi. Le autorità spesso riportano la gente al confine. Io stesso il mese scorso sono stato respinto con mia moglie e i nostri quattro bambini dalla polizia, e ora a Kabul rischio la vita. Non me lo spiego: l’Afghanistan in passato ha accolto tanti iraniani”. Jamil parla via Wahstapp con l’agenzia Dire. L’uomo, come centinaia di migliaia di connazionali, aveva cercato rifugio nel vicino Iran per sfuggire ai talebani che, con la presa del potere il 15 agosto del 2021, hanno abolito la Repubblica e istituito l’Emirato islamico, ponendo fine al mondo che Jamil – questo il nome di fantasia da lui scelto per sua sicurezza – conosceva: “Prima- racconta- lavoravo come giornalista, coi talebani ho dovuto subito smettere. Fino a un anno fa avevamo un governo, un sistema educativo e sanitario, un mercato del lavoro, delle banche e un sistema economico, e soprattutto libertà e speranza per il futuro. Ora non abbiamo più niente. Nessuno può criticare il regime, soprattutto i giornalisti, perché nel migliore dei casi ti arrestano, altrimenti ti picchiano o uccidono. Sembra di vivere nel XVII secolo, non nel 2022”, denuncia il cronista. Ma in Iran, che insieme al Pakistan è il solo tra i Paesi confinanti a rilasciare il visto agli afghani pur non avendo riconosciuto il governo dei talebani, le persone non si sentono accolte, complice anche una crisi economica peggiorata dagli effetti della pandemia di Covid-19 e dal conflitto ucraino. L’avvento dei talebani, poi, ha causato un esodo di mezzo milioni di profughi che si sono aggiunti ai 3 milioni e mezzo di afghani già residenti, stando ai dati del governo di Teheran, causando un’enorme pressione sulla società, a fronte di servizi e programmi di sostegno statali assenti.

“Da un lato- dice Jamil- il governo iraniano permette agli afghani di entrare pagando molto per le pratiche per il visto, ma poi quando arrivi il lavoro non c’è e appartamenti anche molto piccoli possono costare fino a 200 dollari al mese, chiedendo un anticipo di tre mensilità”. Per le poche settimane in cui Jamil è stato in Iran “abbiamo vissuto ospiti a casa di amici, eravamo in quindici”. Inoltre senza permesso di lavoro – che prevede altre spese – è impossibile trovare un impiego, pena “l’arresto”. Povertà e disoccupazione hanno prodotto sentimenti di ostilità non solo nella società iraniana ma anche tra le forze di polizia, con articoli di stampa che rilanciano video di profughi afghani respinti al confine a colpi di manganello. E dire che il viaggio per raggiungere la frontiera è pieno di pericoli e spesso i profughi si affidano ai trafficanti, che chiedono in cambio ingenti somme di denaro.

Jamil continua: “In Iran ho potuto constatare che la polizia pattuglia spesso i quartieri a concentrazione afghana. Gli agenti arrestano gli afghani privi di documenti per strada, su autobus e treni, nei negozi e nei luoghi di lavoro”. Il reporter e la sua famiglia hanno subito le conseguenze di questo clima: “Qualcuno ha scoperto che in Afghanistan ero un giornalista e mi ha denunciato. La polizia quindi è venuta a casa nostra, ci ha chiesto di fare le valigie e ci ha portato in commissariato. Siamo rimasti lì cinque o sei ore in cui mi hanno interrogato perché credevano fossi una spia. Poi ci hanno costretto a comprare i biglietti per un pullman che ci ha riportato alla frontiera. Ora siamo a Kabul, viviamo nella paura e i miei bambini continuano a saltare la scuola, ormai hanno perso l’anno intero”. Ora il reporter, dopo quello che è successo, non può più tornare in Iran: “vari colleghi iraniani e afghani mi avevano messo in guardia ma ho dovuto tentare. In Afghanistan non siamo al sicuro. Adesso- conclude- proverò con il Pakistan”.
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