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“Altrimenti che fai… mi cacci?”: la storia del caso Fini-Tulliani e il prequel di Meloni-Giambruno

Politica“Altrimenti che fai… mi cacci?”: la storia del caso Fini-Tulliani e il prequel di Meloni-Giambruno

ROMA – Sono passati 14 anni da “che fai… mi cacci?”. Il caso Tulliani è storia contemporanea del rapporto (simbiotico, a volte incestuoso) tra politica e media. All’epoca il “conflitto di interessi” era ancora un topic, la parola d’ordine del dibattito quotidiano, coniugata come un verbo sempre presente. Un prequel – un po’ stiracchiato a dirla tutta – del caso Meloni-Giambruno, con Gianfranco Fini allora presidente della Camera e la sua compagna “rovinati” da un’inchiesta del Giornale di Berlusconi. Una storia che per molti ricorda l’uso dei fuorionda del giornalista di Rete 4 compagno della Premier trasmessi da Striscia la notizia a uso e consumo (forse, chissà, illazioni retrosceniche) di Forza Italia. L’accostamento fu azzardato anche dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti.

Gossip e politica, la casa a Montecarlo, le società offshore, il cognato, l’eredità immobiliare di Alleanza Nazionale. La vicenda arriva a sentenza riportando a riva, come una risacca, i dettagli di una stagione che sembra preistoria. L’inchiesta del Giornale arrivò a luglio, nell’estate torrida del 2010. Ad aprile Berlusconi aveva “sfiduciato” pubblicamente Fini, dal palco della direzione nazionale del Popolo della Libertà, accusandolo di aver esposto il partito “al pubblico ludibrio”. “Altrimenti che fai? Mi cacci?”, gli rispose l’altro in prima fila. La risposta di fatto fu sì: a fine luglio, Fini fu espulso dal PdL e fondò un nuovo gruppo parlamentare, Futuro e Libertà per l’Italia.

Gian Marco Chiocci, oggi direttore del Tg1, firmò gli articoli sulla vendita sospetta di un appartamento in Boulevard Princess Charlotte 14 a Montecarl, a Giancarlo Tulliani, il fratello della sua compagna, Elisabetta Tulliani. 45 metri quadrati lasciati in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza Nazionale. Secondo l’inchiesta ci andò ad abitare nel 2008 Giancarlo Tulliani. Fini fu accusato di aver sottratto al partito la proprietà e di aver coperto il vero compratore con un sistema di società con sedi in paradisi fiscali.

Ad agosto la procura di Roma aprì un’indagine contro ignoti con le ipotesi di reato di appropriazione indebita e truffa aggravata, che però poi venne archiviata. Una successiva indagine però appurò che la società offshore che aveva acquistato l’immobile faceva capo a Francesco Corallo, un imprenditore che aveva fatto fortuna grazie ad una concessione statale per installare in Italia decine di migliaia di slot machine. Corallo nel 2019 fu rinviato a giudizio dalla procura di Roma con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, al peculato e all’evasione fiscale. Fini andò a processo accusato di concorso in riciclaggio, con Elisabetta Tulliani, il cognato Giancarlo e il suocero, Sergio Tulliani. Fini disse, l’anno scorso, di essere stato ingannato dalla famiglia Tulliani e da Corallo.

Il caso si chiude oggi con la condanna a due anni e 8 mesi per Gianfranco Fini, 5 anni per Elisabetta Tulliani, 6 per il fratello Giancarlo e 5 al padre dei due, Sergio. Un’altra pagina di storia della politica italiana aperta dalla stampa e chiusa da un tribunale.

L’articolo “Altrimenti che fai… mi cacci?”: la storia del caso Fini-Tulliani e il prequel di Meloni-Giambruno proviene da Agenzia Dire.

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