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Betti (Tracit): “Produzione falsi sempre più all’interno dei confini europei”

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(Adnkronos) – “La produzione di beni contraffatti avviene sempre di più all’interno dei confini dell’Unione europea. Questo crea nuove difficoltà e nuove problematiche per le agenzie di contrasto a livello europeo”. Lo ha detto Stefano Betti, Deputy Director General di Tracit, organizzazione internazionale impegnata nel contrasto al commercio illecito, a margine della presentazione dello studio “Illicit cigarette and heated tobacco consumption, and oral nicotine share in Europe”, realizzato da Kpmg Llp per conto di Philip Morris Products Sa. 

Secondo Betti, questo spostamento può essere legato anche al rafforzamento dei controlli ai confini esterni dell’Ue. “La frontiera esterna dell’Unione europea è meglio protetta di prima, e quindi i gruppi criminali organizzati hanno pensato di evitare controlli doganali più incisivi e spostare la produzione all’interno dell’Unione europea”. Un fenomeno che, secondo il Deputy Director General di Tracit, impone nuove modalità di intervento alle autorità.  

A cambiare è anche il modo in cui i prodotti illeciti vengono venduti e distribuiti. “Sempre di più il traffico illecito e la contraffazione di ogni tipo di beni, non solo di sigarette, avvengono attraverso piattaforme commerciali di vendita online, social media e strumenti di messaggistica come WhatsApp”, sottolinea Betti. Il problema, aggiunge, è che le autorità erano tradizionalmente abituate a individuare e sequestrare grandi carichi, per esempio su navi cargo. Oggi, invece, devono intercettare prodotti illegali nascosti tra “milioni e milioni di piccoli pacchetti” che circolano ogni giorno.  

Per Betti, il punto debole resta la diversa velocità con cui si muovono reti criminali e autorità pubbliche. “Da un lato abbiamo gruppi criminali organizzati che si muovono molto agevolmente attraverso le frontiere degli Stati, si organizzano fra loro, scambiano informazioni e merci. Dall’altro lato abbiamo le agenzie di law enforcement che, ogni volta che devono fare un’operazione o chiedere informazioni a un altro Stato, devono passare per procedure complesse e burocratiche”, osserva. 

A livello europeo, riconosce Betti, “il quadro normativo è diventato molto più fluido ed efficace”, anche grazie agli strumenti di cooperazione in materia penale e al mutuo riconoscimento delle decisioni straniere. Tuttavia, avverte, “ci sono ancora resistenze a utilizzare pienamente strumenti che pure esistono”, anche per una certa “gelosia” nello scambio di informazioni tra Stati e, talvolta, tra agenzie dello stesso Paese.  

Il fatto che la produzione illecita sia più vicina ai mercati di consumo può aiutare i controlli, ma non risolve il problema. “Da un certo punto di vista è più semplice, perché il nemico è dentro casa. Però spesso all’interno di uno Stato c’è solo un pezzettino del nemico: chi produce, chi traffica macchinari, chi si occupa del packaging, della logistica o dei servizi finanziari può trovarsi in Paesi diversi”, conclude Betti. Per questo, dice, è necessario “cooperare, parlarsi e superare le gelosie di intelligence tra Stati e agenzie”. 

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