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Ecco “Rush”, l’urgenza del successo nel terzo album dei Maneskin

- 18/01/2023

Il rock fra luci e ombre della nuova vita, e ballad trascinanti

Roma, 18 gen. (askanews) – Si chiama “Rush”: ovvero fretta, scarica d’adrenalina, esaltazione, e infatti il nuovo disco dei Maneskin (disponibile dal 20 gennaio) è un concentrato di energia, inciso fra Los Angeles Tokyo e l’Italia, in omaggio alla carriera internazionale che ha travolto le vite dei quattro romani dopo la vittoria all’Eurovision in un 2021 che ormai sembra tanto lontano. Diciassette tracce di cui cinque già note: erano già uscite le iper-rock “Supermodel” e “Gasoline” (storia di un piromane che la band ha cantato anche in concerto, riferendosi alla guerra in Ucraina: “lo ripetiamo anche se a qualcuno non piace, fuck Putin” aveva detto Damiano al Circo Massimo), “Mamma mia”, “La Fine” (in italiano) e la struggente ballad “The loneliest”.

Per parlare delle altre dodici canzoni, ascoltate in anteprima virtuale in mezzo a un’altra ventina di giornalisti ma in assenza della band, è bene partire dai testi: perché descrivono un viaggio in un continente sognato, sconosciuto e magari, visto da vicino, anche pieno di spine, quello del successo planetario, lontano dal mondo italico dei primi due album. “Siamo emozionati a farvelo ascoltare” ha detto il discografico Stefano Karakotch, “la cosa bella di quest’album registrato nel 2022 è che vivevano insieme in una casa-studio ed è registrato in analogico come ai vecchi tempi”. Sono tutti brani “nati spontaneamente, viaggiando e conoscendo altri artisti come Tom Morello”: il chitarrista dei Rage Against the Machine duetta con Damiano David in “Gossip”. Traduco all’impronta: “Benvenuti nella città delle bugie, dove tutto ha un prezzo… Riempi il tuo drink di gin tonic, questo è il sogno americano e allora sorseggia il gossip, bevi fino a strozzarti”.

Morale: lo star system è anche una zona buia, e il tema ritorna in molti dei pezzi rock del disco (prodotto principalmente da Fabrizio Ferraguzzo e Max Martin). Per esempio in “Don’t wanna sleep”, con i suoi accenni (immaginari?) all’uso di sostanze: “Dance dance dance dance until I die, Medicate myself till my head is in the sky… Wearing Lucy’s diamonds to get a little shine”. Oh, John Lennon, dove sei? Non lontano: uno dei brani hard rock si intitola “Mark Chapman”, sì, l’assassino del Beatle (ancora in carcere dal 1980). Questa è una delle tre tracce in italiano: è la star che parla del suo stalker, “vestito come un incubo, vuole che tu sia in pericolo, però ti chiama idolo”.

I brani rock dell’album alternano fra generi un po’ diversi: “Kool Kids” vira sul punk e presenta Damiano con un accento british e una voce quasi irriconoscibile, “Bla bla bla” (un’altra lamentazione sulla vacuità) sfocia quasi nel rap con la sua iterazione sillabica (puf puf puf puf, ca-car ca-ca-cock, fu-fu-fu-fuck you, ah ah ah ah ah). Non tutte le ciambelle riescono col buco ma fra brani più o meni interessanti (alcuni destinati a diventare hit, altri a restare indietro), emerge comunque la ricetta Maneskin – riff insistente, il ritmo travolgente della batteria di Ethan e del basso di Victoria, i solidi a volte trascinanti assoli di Ethan – come un marchio di fabbrica riconoscibile, e non è poco. La più bella? Forse la prima delle canzoni rock, “Own my mind”, percussione martellante adatta a una canzone di amore e ossessione con un assolo finale esplosivo.

Di canzoni dedicate all’amore e al sesso ce ne sono parecchie, da “Baby said” con un ritornello catchy dove il romantico protagonista si scontra con la voglia secca di sesso della partner, alla già citata “Kool Kids” dove la band avverte che non bisogna prendere i suoi testi troppo sul serio: “I talk shit cause it makes me laugh /You keep asking me about it/ But my lyrics are all made up”.

Secondo il comunicato stampa, “Victoria, Damiano, Thomas ed Ethan si sono concentrati sugli elementi che caratterizzano le loro quattro distinte personalità e sfaccettature (…) i pezzi rimangono crudi, sia sul piano emotivo che su quello del suono, oltre che brutalmente onesti e aperti. Rush! è come immaginare uno spazio con i quattro membri agli angoli opposti, in cui l’album è il punto centrale dove le loro visioni e la loro intesa reciproca si congiungono”.

Benissimo, ma in verità la parte musicalmente più interessante in “Rush” esce dalle ballad. “Timezone” è la canzone che tutti vorremmo mandare a un amante troppo lontano, e la voce di Damiano si gonfia di nostalgia; risplende in tutta la sua gamma sonora ed emotiva in “If not for you”, dove ‘dabadabada’ ricorda il “doo bee da” iniziale di un’altra celeberrima ballad, “When I’m Gone” dei Cranberries. L’album si conclude con “Il dono della vita”, rock-pop all’italiana più Maneskin vecchia maniera (viene in mente “Torna a casa”) e infine la spettacolare già citata e molto circolata in radio “The loneliest”.

La copertina di questo “Rush” è falsamente ingenua coi suoi colori rassicuranti da Technicolor e la sua ragazzina coi calzettoni che salta sui quattro artisti. Non c’è dubbio che i videoclip saranno divorati con ansia dai fan (e saranno prodotti magnificamente come sempre). Intanto i Maneskin (sperando di mettere da parte i “gossip” appunto sui diverbi e l’assenza di Victoria dalla festa di compleanno di Damiano, 24 anni l’8 gennaio) si preparano a ripartire per la tournée mondiale del Loud Kids Tour il 23 febbraio: Europa e Italia. Si chiude a fine luglio a Roma (Stadio Olimpico) e a Milano (San Siro). Venduti finora per questi mesi di tour mezzo milione di biglietti.

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