Egitto, Amnesty: “In partenza seconda Fremm, domani Al Sisi la riceve”

ROMA – “La seconda fregata multimissione Fremm, parte dell’accordo di vendita per due navi militari perfezionato durante il 2020, sta partendo alla volta dell’Egitto”. Così riferisce Amnesty international, che in una nota spiega di aver raccolto “indiscrezioni” secondo cui il nome della nave “è stato cambiato in Bernees e con il numero di immatricolazione egiziano 1003”.

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La nave “dovrebbe completare oggi l’imbarco degli armamenti. In programma per domani invece- si legge ancora- il momento finale della consegna alle forze armate di al-Sisi dopo la cerimonia di cambio bandiera avvenuta in queste ultime ore: la nave era, infatti, inizialmente destinata alla Marina Militare italiana con il nome ‘Emilio Bianchi’ assegnato al varo del gennaio 2020. Anche se non dovesse concretizzarsi nella giornata di domani, la consegna appare comunque imminente: da circa metà febbraio dai cantieri navali presso La Spezia sono state eseguite diverse uscite in mare di collaudo finale e soprattutto di addestramento per l’equipaggio della Marina Militare egiziana”.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha osservato: “La conclusione di questo affare con la consegna della seconda Fremm suscita ancora più sdegno perché arriva pochi giorni dopo l’ennesimo, crudele, rinvio di altri 45 giorni della detenzione preventiva di Patrick Zaki. Il Governo sta dimostrando una mancanza totale di coerenza nell’esprimere al contempo solidarietà verso la causa del giovane studente dell’Università di Bologna e nel vendere armamenti ad un regime sanguinario come è quello di al-Sisi”.

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Secondo Noury la vendita di armamenti all’Egitto “non solo è politicamente inopportuna, ma contraria alla normativa italiana e internazionale sull’export di armi”. Pertanto il portavoce di Amnesty lancia una richiesta: “Chiediamo che vi sia un cambio di passo e che il Parlamento italiano faccia sentire la propria voce per frenare questa collaborazione con uno paese responsabile di gravissime violazioni dei diritti umani. Finchè questi accordi saranno conclusi con il beneplacito delle istituzioni, è da ingenui pensare che si possa compiere qualche passo avanti nell’ottenere la liberazione di Zaki”.

Francesco Vignarca coordinatore delle campagne di Rete pace e disarmo, con cui Amnesty collabora per fermare la vendita “illegale e insensata” di armi all’Egitto, segnala anche “una perdita economica non indifferente, al contrario di quanto sostenuto da diversi esponenti politici come giustificazione dell’accordo”. Secondo le due organizzazioni, la coppia di navi è infatti costata allo Stato italiano – che ora attende i rimpiazzi – circa 1,2 miliardi di euro compresi gli interessi pagati sui mutui, ma secondo notizie di stampa l’accordo di rivendita avrebbe un valore di soli 990 milioni di euro, senza contare i costi di smantellamento dei sistemi di standard Nato già installati.

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Una preoccupazione, quella per la vendita di armamenti al governo del Cairo, condivisa anche dagli altri paesi europei. Gli organismi citano infatti la Risoluzione approvata al Parlamento Europeo il 18 dicembre scorso, in cui si invita l’Ue a procedere ad un riesame approfondito dei rapporti con l’Egitto, stabilendo chiari parametri di riferimento che subordinino l’ulteriore cooperazione con il Paese al conseguimento di progressi nelle riforme delle istituzioni democratiche, dello Stato di diritto e dei diritti umani.

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