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Hormuz, la carta vincente di Teheran è a scadenza

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ROMA – La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran “ha paradossalmente dato più potere negoziale a Teheran, per via della sua capacità di bloccare Hormuz. Ma non durerà all’infinito: i Paesi del Golfo hanno già cominciato a investire in oleodotti e gasdotti alternativi. Negli Stati Uniti, intanto, cresce il fastidio verso Israele, che non solo si è defilato dal dossier iraniano ma continua ad ostacolare i negoziati per perseguire i propri interessi in Libano”. Questo il commento per l’agenzia Dire di Francesco Anghelone, ricercatore dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto di Studi Politici ‘S. Pio V’, dove è coordinatore scientifico. Se il presidente americano Donald Trump è stato chiaro nel definire “terminato” il cessate il fuoco – con la ripresa di raid e rappresaglie – resta da capire il destino del Memorandum d’intesa del 17 giugno: “Alcuni dei punti- ricorda Anghelone- erano già stati ampiamente affrontati dall’Accordo sul nucleare siglato da Obama nel 2015, quindi continuiamo a chiederci perché gli Stati Uniti di Trump siano usciti da quegli accordi e perché hanno avviato questa guerra”.

L’attuale Memorandum, continua l’esperto, “presenta enormi problemi, a partire dalla definizione di Hormuz, a cui le parti hanno attribuito letture diverse. L’Iran rivendica il diritto di detenere il controllo e poter imporre dazi, mentre Washington non lo può consentire. C’è poi lo spinoso nodo dei 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran”, che Trump almeno ufficialmente avrebbe smentito. Terzo, “Teheran sta ribadendo quello che ha sempre detto: che vuole perseguire l’arricchimento dell’uranio a uso civile, e il Memorandum apre a questa possibilità, così come prevedeva l’Accordo del 2015”. Se l’Iran sembra aver acquisito forza negoziale tramite il blocco su Hormuz, Anghelone insiste sul fatto che quella carta “è a tempo”. Ciò emerge anche dall’intensità degli attacchi nel Golfo. Tuttavia, lì Teheran colpisce basi militari, “un modo ‘facile’- prosegue l’esperto- per rivendicare successi militari contro il nemico senza mettere troppo a rischio i rapporti con quegli Stati. Inoltre, invia anche ‘moniti’ a quei Paesi a non tradire le richieste di Teheran sullo Stretto”.

E’ il caso dell’Oman, raggiunto da attacchi contro i sistemi radar americani: “Con l’Iran- prosegue Anghelone- condivide le acque di Hormuz” e l’impegno a gestire il meccanismo di pedaggi lanciato da Teheran la primavera scorsa. Stante questa “posizione di quasi vantaggio iraniana”, gli Stati Uniti “si ritrovano il problema di essersi infilati in una guerra infinita, quando avrebbe dovuto durare poche settimane”. Oltre a non riuscire a uscire dal pantano di Hormuz, dice l’esperto, “ritengo che Trump e la sua amministrazione abbiano finito per rafforzare i Pasdaran. Colpendo l’ayatollah Khamenei, credevano di assistere al collasso dell’establishment come accaduto eliminando Gheddafi in Libia. Invece, oggi i Guardiani della rivoluzione sono molto più forti ed è a loro che rispondono i leader politici iraniani. Di fatto, hanno radicalizzato la leadership di Teheran”. Insomma, l’opposto di ciò a cui ambiva Israele per la propria sicurezza. Ma la “soddisfazione” del governo di Tel Aviv non sarebbe una priorità: tra i vertici politici e militari statunitensi “c’è ormai insofferenza e malcontento verso il governo Netanyahu- assicura Anghelone- che dopo aver trascinato Washington nella guerra del 28 febbraio, si è sfilato, aprendo il fronte libanese”. Questo lascia immaginare che l’obiettivo di Tel Aviv fosse tenere impegnato l’Iran mentre l’esercito perseguiva altri obiettivi in Libano, ossia la creazione di una zona cuscinetto nel sud.

Il ricercatore di Osmed sottolinea: “La questione ha anche interferito coi colloqui tra Washington e Teheran, perché l’Iran ha sempre messo la questione del cessate il fuoco in Libano come elemento prioritario, mentre Israele ha dimostrato di non voler sentire ragioni”. Secondo Anghelone, l’unica via d’uscita “è che Israele ritiri le sue truppe, anche se le uccisioni e le decine di villaggi rasi al suolo, anche coi bulldozer, potrebbero lasciare una scia di odio che negli anni porterà nuovi consensi a Hezbollah”, proprio l’attore che “Israele punta a indebolire”.
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