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La fisioterapia viene in aiuto delle persone affette da malattia di Parkinson

- 25/11/2022

ROMA – Ricorre domani, sabato 26 novembre, la Giornata nazionale Parkinson. Secondo quanto rende noto Fondazione Limpe per il Parkinson Onlus, in Italia sono circa 300mila le persone affette da malattia di Parkinson. Se, però si considerano i caregivers che affiancano i pazienti, è un fenomeno che coinvolge circa un milione di persone. La diagnosi della malattia, generalmente intorno ai 60 anni, non esclude che la patologia possa colpire anche persone più giovani (Parkinson giovanile).

UN PREZIOSO ALLEATO PER IL PAZIENTE PARKINSONIANO

I pazienti possono però contare su un fondamentale alleato. “In questi ultimi anni la fisioterapia sta acquisendo un ruolo molto importante per il paziente parkinsoniano. La novità, prima di tutto, è stata data dalle evidenze scientifiche emerse che hanno dimostrato come la fisioterapia, fin dagli stadi iniziali, possa partecipare assieme ai trattamenti farmacologici ad un rallentamento della progressione della malattia e migliorare quei sintomi poco responsivi alla terapia farmacologica, ad esempio i disturbi dell’equilibrio o il Freezing del cammino“.
Lo spiega all’agenzia Dire Elisa Pelosin, professore associato presso l’Università degli Studi di Genova e presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Italiana di Fisioterapia (Aifi), proprio in occasione della Giornata nazionale Parkinson.

IL NUOVO RUOLO DELLA FISIOTERAPIA

“Negli ultimi anni- prosegue l’esperta- la fisioterapia ha acquisito questo nuovo ruolo, ovvero quello di essere parte integrante delle terapie farmacologiche e chirurgiche per la malattia di Parkinson, fin dal momento della diagnosi. Questo prima non avveniva, perché si tendeva a trattare i pazienti parkinsoniani solo quando i sintomi erano molto più severi. Le nuove evidenze hanno invece dimostrato che partecipando al rallentamento della progressione di malattia è diventato un pilastro nell’ambito terapeutico“.

LE TERAPIE PERSONALIZZATE E LA MEDICINA DI PRECISIONE

In questi ultimi anni si parla sempre più di terapie personalizzate. Secondo la professoressa Pelosin si può parlare di medicina di precisione. “Fortunatamente adesso si può parlare di medicina di precisione perché gli approcci che si possono usare nei pazienti affetti da malattia di Parkinson sono molti e diversi e, soprattutto, perché i fisioterapisti hanno acquisito una grande conoscenza per quanto riguarda la valutazione del paziente e quelle che sono le nuove evidenze scientifiche”.
“Quindi- sottolinea inoltre- andando ad analizzare in maniera specifica le capacità non solo motorie ma anche cognitive dei nostri pazienti è possibile creare una medicina di precisione, dunque un trattamento riabilitativo personalizzato che sarà diverso nei vari stadi della malattia”.

L’ATTIVITA’ FISICA E L’ESERCIZIO TERAPEUTICO FISIOTERAPEUTICO

Si discute spesso di attività fisica e di esercizio terapeutico. Il professore associato presso l’Università degli Studi di Genova e presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Italiana di Fisioterapia (Aifi) precisa che si tratta di due cose diverse. “L’attività fisica, e parliamo di tutte quelle attività motorie che si fanno anche durante l’attività della vita quotidiana come fare le scale o uscire per andare a fare la spesa oltre a tutti gli esercizi che hanno a che fare con l’attività fisica, come la camminata, la nordic walking, questi sono ambiti più legati all’attività fisica che qualcuno può anche svolgere in palestra”.
L’esercizio terapeutico fisioterapeutico– distingue- ha invece lo scopo di andare ad agire sui sintomi specifici, come ad esempio i disturbi dell’equilibrio, del cammino o il freezing, fenomeno molto particolare della malattia di Parkinson, e che quindi richiedono un approccio diverso e specializzato, che in questo caso può dare il fisioterapista”.
“Certamente- afferma poi- la cosa importante da dire è che le due cose non sono scisse: noi diciamo ai nostri pazienti che devono comunque fare attività fisica, perché anche questa è fondamentale per il loro processo di cura e, quando necessario, suggeriamo loro di fare fisioterapia. Tanto più le due cose sono integrate, tanto migliore sarà il risultato“.

DAL COVID AI NUOVI STRUMENTI A DISPOSIZIONE DEL PAZIENTE

Dopo il Covid si discute sempre più di tele-medicina e tele-riabilitazione. Come inserirle nel percorso terapeutico del paziente con malattia di Parkinson? Sono ugualmente efficaci? L’esperta risponde che “ormai il Covid ci ha insegnato che, soprattutto per poter distribuire equamente le cure, è importante utilizzare questi nuovi strumenti. Proprio per il paziente parkinsoniano noi vediamo la possibilità, dopo aver fatto un percorso con il fisioterapista, di continuità di tale percorso, perché l’attività deve essere giornaliera, nell’aspetto di tipo riabilitativo ma anche poi per l’attività fisica a domicilio. E la tele-riabilitazione può essere una soluzione”.

L’IMPORTANZA DELLA FIGURA DEL CLINICO

“Certo- rende noto Pelosin- i dati ci dicono che ci deve essere una minima supervisione e un contatto con il clinico, in modo tale che possa adeguare e personalizzare, come dicevamo prima, questo percorso. Non mettiamo dunque a confronto la parte che il paziente farà con il fisioterapista nella palestra di riabilitazione, ma pensiamo che sia fondamentale per mantenere i benefici ottenuti. Altrimenti anche in questo caso i dati ci dicono che dopo qualche mese, anche perché il Parkinson è una patologia degenerativa, l’effetto della fisioterapia andrà a svanire. È quindi una grande opportunità, purché ci sia comunque sempre una supervisione da parte dei clinici”.
Negli ultimi anni la fisioterapia ha fatto grandi passi avanti nello studio delle alterazioni del movimento di questi pazienti e delle modalità più efficaci per ridurle e facilitare l’apprendimento di movimenti corretti.

LA RICERCA IN ITALIA E ALL’ESTERO

Con la professoressa Pelosin facciamo il punto sulla ricerca in Italia e su quella a livello internazionale. “Sempre di più, negli ultimi anni, il ruolo della ricerca è stato quello di poter verificare che quanto fatto tramite la riabilitazione porti non solo benefici motori, come il miglioramento del cammino o la diminuzione delle cadute, ma che questo riesca a generare cambiamenti neuroplastici, ovvero neuroplasticità a livello del sistema nervoso centrale“.
Elisa Pelosin precisa che “si tratta di modifiche legate proprio all’apprendimento motorio. Quindi, l’idea è proprio quella di dimostrare, e i dati fortunatamente sostengono quello che è sempre stato l’obiettivo dei fisioterapisti, che i cambiamenti non sono solo da un punto di vista fisico ma anche a livello neurologico, di meccanismi di neuroplasticità. In Italia stiamo cercando di fare del nostro meglio, purtroppo abbiamo ancora pochi accademici fisioterapisti ma cercheremo di migliorare questo aspetto nel tempo. A livello internazionale c’è una grande comunità di scienziati che lavorano su questo e, fortunatamente, continua a leggere sul sito di riferimento