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Lo spazio morbido che non c’era: un museo che diventa corpo

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L’artista Benni Bosetto in Pirelli HangarBicocca a Milano

Milano, 13 feb. (askanews) – Trasformare un museo, peraltro estremamente particolare come Pirelli HangarBicocca, in uno spazio domestico, accogliente e umano. È l’idea da cui è partita la mostra “Rebecca” di Benni Bosetto, che fin dall’ingresso lavora per portare il visitatore in uno spazio che ha l’accoglienza come primo elemento.”L’idea – ha detto l’artista ad askanews -era proprio quella di riuscire a costruire uno spazio morbido, uno spazio che, appunto, si potesse prendere cura dello spazio stesso, dello Shed, umanizzandolo, e che possa prendersi cura delle persone che sono e che saranno accolte all’interno”.Il fatto è che l’operazione riesce: ci si sente effettivamente all’interno di qualcosa che possiamo riconoscere, di una dimensione che corrisponde alla nostra esperienza, pur con elementi che somigliano più ai sogni che alla realtà, ma “Rebecca” è anche un luogo nel quale non è difficile credere che i sogni siano solo un’altra delle forme che può assumere la realtà. “Benni Bosetto – ci ha detto la curatrice Fiammetta Griccioli – ci ha da subito colpito per questa sua caratteristica unica di sapere coniugare il disegno espanso nello spazio con la scultura e con la performance. La mostra in Pirelli HangarBicocca dal titolo Rebecca è una mostra site specific con la quale l’artista ha trasformato lo spazio in una casa, in uno spazio domestico abitabile, un corpo femminile architettonico che da un lato è un unico corpo che ci immerge in questo immaginario legato a Rebecca del romanzo di Daphne du Maurier, ma dall’altra parte lo possiamo anche considerare come un antologica dell’artista che raccoglie tutte le sue opere degli ultimi dieci anni”.Il tema del corpo è affascinante ed è centrale nella ricerca di Benni Bosetto: inteso come strumento attivo di relazione con il mondo, il corpo esprime desiderio, sessualità, presenza e vulnerabilità, che poi emergono come ambiti di ricerca, coltivando quella che l’artista definisce una “forma di resistenza” a come il corpo viene abitualmente concepito. Anche se si tratta del corpo di una mostra.

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