Se una madre è Medea chiamiamola assassina

ROMA – Non credo alla depressione che guida la mano dei padri killer. E se sono depressi perché non accettano la fine di un matrimonio o di una convivenza non diventano meno assassini. Anzi. Restano pericolosi e mine vaganti. Lo stesso vale per la mamma di 41 anni, della provincia di Milano, novella Medea, che ha ucciso sua figlia, un’ innocente di due anni, per liberarsi, come riportano diverse testate, da un violento persecutore.

Complice del suo crimine chi non l’ha ascoltata e protetta. Forse se lo avessero fatto non saremmo arrivati alla brutale morte della piccola. Forse però. Altrimenti dovremmo arrancare e iniziare a dover capire se un tradimento può giustificare un massacro, se un divorzio pure, se la povertà e il disagio anche, perché quella mente è fragile. Anche lei, così rivelano le prime notizie, non è riuscita a suicidarsi dopo il crimine efferato. Ma quel che è chiaro è che quando è una madre a uccidere i propri figli l’orrore che ci pervade è massimo. Proprio come Euripide descrisse nella sua potente tragedia. La prima verità dei fatti è che questa madre poteva fare mille altre cose e invece ha tolto la vita alla sua creatura. E questo resta un crimine senza perdono. Anche perché i figli non ci appartengono, vengono al mondo per il mondo e chi ne fa un oggetto è un genitore indegno. Penso a tutti gli innocenti vittime dei padri cosiddetti smarriti, osannati di indulgenza a buon mercato. Quella di Medea è la stessa notte, e siccome siamo eguali nei diritti e nei doveri è lo stesso irreparabile dolore senza perdono. E le madri sono quelle del coraggio.

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