Sotto il terrore in Mozambico c’è un enorme giacimento di gas

Foto di copertina: UNHCR Martim Gray Pereira

ROMA – La chiamano “maledizione delle risorse” oppure “paradosso dell’abbondanza”. Quando c’è chi non ha nulla e chi invece vuole tutto. Nell’Angola della guerra civile, nella Sierra Leone dei “diamanti insanguinati”, nel Delta del Niger avvelenato dal petrolio. Comunità abbandonate a se stesse, senza scuole né ospedali, depredate dalla sete di potere e di ricchezza.

Non sono solo storie del secolo scorso. Lo conferma quanto sta accadendo in Mozambico, un altro Paese d’Africa, che pure una guerra civile l’aveva già combattuta dopo essersi liberato dal dominio portoghese. Curioso come a volte la storia si ripeta: come negli anni ’60 e ’70, la rivolta brucia le terre dei makonde, un popolo fiero che abita Cabo Delgado, oggi la provincia più povera del Paese nonostante proprio qui siano stati scoperti giacimenti di gas naturale tra i più estesi al mondo. Con le multinazionali, gli espatriati e le previsioni di profitti miliardari, sono arrivati pure i ribelli: qualche giorno fa hanno assaltato una città tenendo in ostaggio 180 persone in un albergo e uccidendone un numero ancora imprecisato, perlopiù lavoratori dell’industria estrattiva.

Sulla stampa torna il nome dello Stato islamico, accompagnato da dichiarazioni contro il “terrorismo internazionale”. Chi il conflitto lo vede ogni giorno negli occhi degli sfollati – dal 2017 sono almeno 700.000 – ci racconta però un’altra storia: zero ideologia, tutta un paradosso.

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