Storie di immigrazione, un ponte tra Salerno e New York negli scatti di Gianni Izzo

NAPOLI – “Il nome è nato quasi per caso, per scherzo, poi abbiamo visto che funzionava e lo abbiamo adottato”. Così alla Dire il fotografo Gianni Izzo spiega il titolo, ‘Passaporta’, della sua prima installazione fotografica che sarà inaugurata al Quadriportico del Duomo di Salerno il prossimo 8 aprile alle 17 dove sarà esposta fino a mercoledì 20 aprile. Si tratta, prosegue Izzo, di una vera e propria porta, “a grandezza naturale”, che mette in comunicazione due luoghi lontani nello spazio. In questo particolare caso “attraversandola” ci si ritroverà al Museo dell’Immigrazione di Ellis Island a New York.Ad unire le due sponde dell’Oceano le fotografie di Izzo dedicate all’immigrazione africana in Italia. I suoi scatti di Castelvolturno, località costiera del Casertano, e della sua varia umanità hanno fatto il giro del mondo raccontando, senza alcun pregiudizio di sorta, la prostituzione, troppo spesso minorile, la tratta, la mafia nigeriana e i suoi affari con la droga. Izzo conosce quel territorio come nessun altro, se ne occupa da oltre vent’anni documentando cose, come le “connection house”, precluse ai più. Ogni scatto immortala un attimo, “e non ce ne sono altri”, ma è frutto anche di “un anno di lavoro – confessa – perché bisogna guadagnarsi la fiducia delle persone e non è facile”.

Izzo lavora alla vecchia maniera, “non ci sono più scatti della stessa situazione e non c’è post produzione. Vengo dalla camera oscura”. L’interesse del Museo di Ellis Island non arriva per caso. A New York hanno trovato molte similitudini tra le migrazioni immortalate da Izzo e quelle dei fotografi d’Oltreoceano anche se appartenenti ad epoche e luoghi molto lontani tra loro. Il fotografo ammette di non capire le differenze che oggi, al tempo della guerra in Ucraina, si fanno tra i diversi flussi migratori. “Nelle mie foto che oltrepasseranno la ‘Passaporta’ – spiega – ci sono anche persone che sono scappate dalla guerra, come la donna somala scappata dalla guerra civile e che viveva sulla Dominiziana (la strada statale 7 quater, ndr). La differenza nei miei scatti non c’è, sono immigrati a prescindere dai motivi che li spingono a partire. È un fenomeno universale”.

Le immagini, risponde Izzo a proposito di quelle che vengono definite fake e che provengono dai teatri di guerra ucraini, forniscono “un senso di verità quando restituiscono dignità e rispetto alle persone” ai loro corpi. Cosa ben diversa è lo sciacallaggio perché non riesce a “cogliere l’umanità e a restituirla”. Izzo non ama rilasciare interviste sul suo lavoro perché “le fotografie non vanno spiegate, è una questione di un attimo”.Possono non piacere anche perché chi le guarda “può voler evitare il problema. Fotografo per me stesso, per emozionarmi, e sono felice quando piacciono e toccano chi le guarda. Ognuno a suo modo, può cambiare le cose, fornendo il suo personalissimo tassello di umanità alla società, come in un grande puzzle comune”.

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