Unicef: “In Siria i bambini vogliono studiare, sosteniamoli”

ROMA – “Che cosa voglio fare quando avrò completato l’anno scolastico? Voglio andare a lavorare”. Così risponde la maggior parte dei ragazzi tra i dieci e i 14 anni intervistati in una classe del centro multiservizi Al-Maadi di Aleppo. Il centro è gestito da Unicef ed è mostrato in video che l’agenzia Onu ha proiettato nel corso di una conferenza stampa online per illustrare gli interventi che offre gratuitamente ai minori in Siria, a dieci anni dall’inizio del conflitto. Si tratta di servizi di base, protezione e, soprattutto, istruzione.

“La maggior parte dei bambini e degli adolescenti non è andato a scuola a causa della guerra- spiega uno degli operatori- e quando ci sono tornati, si sono trovati in grande difficoltà. Non avevano le competenze di base, spesso non sapevano neanche leggere e scrivere e senza una corretta valutazione delle loro competenze sono stati messi in classi troppo avanzate. Per questo si sono scoraggiati e molti di loro hanno rinunciato. Ma grazie al nostro centro possono recuperare le lezioni perse”.

Nella classe visitata da Unicef per i giornalisti, i ragazzi raccontano di lavorare già come sarti, operai, carpentieri, calzolai. Tutti hanno cominciato quando erano ancora piccoli. Solo uno dice di andare a scuola a tempo pieno e di voler continuare, mentre gli altri ammettono che per loro lo studio appare un obiettivo “difficile”.

“Non avremmo mai immaginato che la guerra sarebbe proseguita per dieci anni e che avrebbe colpito milioni di persone tra cui soprattutto i bambini” ha detto Ted Chaiban, direttore regionale Unicef. Secondo il dirigente, “la coincidenza di tre dinamiche – la guerra, la crisi economica e la pandemia – ha reso il 2020 particolarmente difficile. Circa il 90% dei bambini ha bisogno di assistenza umanitaria, con un incremento del 20% rispetto allo scorso anno, portando la cifra a oltre 6 milioni di minori. Inoltre il 65% delle famiglie riportano di non poter rispondere ai bisogni di base e circa l’80% delle persone in Siria vive in povertà”.

Il direttore regionale di Unicef ha avvertito che secondo i dati verificati tra il 2011 e il 2020 “circa 12.000 bambini sono stati uccisi o feriti, più di 5.700 bambini – alcuni anche di 7 anni – sono stati reclutati nei combattimenti e più di 1.300 strutture sanitarie e scolastiche e relativo personale sono stati attaccati”. Negli ultimi dieci anni, dice ancora Ted Chaiban, “per i bambini sono accadute cose terribili. Ma voglio dare un messaggio di speranza: i bambini di oggi non sono una generazione perduta. La loro determinazione per studiare e costruirsi un futuro migliore, a prescindere da dove sono e da chi controlla il territorio, è ammirevole”.

Sempre ad Aleppo, gli operatori di Unicef hanno preso la gestione di una scuola nel 2017, che accoglieva solo 50 bambini. “Oggi ne conta 200- dice un altro operatore- e offre assistenza psicologica nonché percorsi personalizzati per dieci bambini con forme diverse di disabilità”.Secondo i responsabili, nelle città come Aleppo è importante riportare servizi come acqua potabile, elettricità, sanità, connessione internet e la messa in sicurezza delle strade – rimuovendo detriti e macerie degli edifici pericolanti causati dai bombardamenti – perché questo dà alle famiglie sfollate la sicurezza e la tranquillità sufficienti per “tornare nelle loro case”.Servizi analoghi vengono offerti anche nei campi profughi come ad Al-Hol, nel nord-est.Solo lo scorso anno, l’Unicef con i suoi partner ha raggiunto 3,7 milioni di bambini con l’apprendimento, 900.000 bambini hanno ricevuto immunizzazioni di routine o vaccinazioni e 400.000 bambini sono stati raggiunti con supporto psicosociale in Siria e nei Paesi vicini, dove 2,5 milioni di minori sono registrati come rifugiati.

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