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Usa, la deputata Ilhan Omar sfida Trump: “Bisogna aderire alla Corte penale internazionale”

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ROMA – La deputata democratica Ilhan Omar – prima donna musulmana ed ex rifugiata ad essere eletta al Congresso americano – ha presentato una proposta di legge affinché gli Stati Uniti entrino a far parte della Corte penale internazionale (Cpi).

La proposta arriva tre giorni dopo l’annuncio dell’amministrazione Trump di voler, invece, “smantellare sistematicamente” il tribunale. Ad esporne le ragioni è stato lunedì il segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui la Cpi “è una minaccia contro il Paese” e quindi Washington è pronta a lanciare una campagna globale volta a convincere gli Stati che ne fanno parte – o ad usare “pressioni” – affinché escano dalla Cpi ritirando l’adesione allo Statuto di Roma.

Gli Stati Uniti, insieme a Israele, Russia, Cina, Iran, Sudan, Arabia Saudita, India, Turchia e altri Paesi non hanno ad oggi siglato lo Statuto di Roma, ossia l’accordo istitutivo della Corte, e di cui invece fanno parte 124 Paesi. Ma per i democratici, è giunto il momento di aderire, ha spiegato Omar, che sta riproponendo lo stesso testo già avanzato nel 2022: “La Cpi è uno strumento fondamentale per la giustizia nei luoghi in cui le vittime non hanno nessun altro a cui rivolgersi”, ha detto la deputata, di origini somale, “e se crediamo veramente nei diritti umani e nello stato di diritto, dovremmo rafforzare la giustizia internazionale, non indebolirla. Gli Stati Uniti dovrebbero dare l’esempio e dimostrare che nessuno è al di sopra della legge”.

Il presidente Donald Trump e i suoi non hanno mai fatto mistero della loro inimicizia verso i giudici della Cpi, che sono stati anche colpiti da sanzioni. A scatenare il dissidio, il mandato d’arresto che nel gennaio 2024 la Corte dell’Aja spiccò contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti i crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza, assieme ai leader di Hamas Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh, e Mohammed Deif – poi uccisi in raid dell’esercito israeliano.

In quell’occasione, Trump sostenne le accuse di “procedimento viziato da ragioni politiche e di antisemitismo” mosse dall’alleato Netanyahu, una posizione abbracciata anche da diversi Paesi europei, tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Italia, a cui è seguito l’impegno a non arrestare il premier israeliano nel caso fosse entrato entrato in questi Paesi. Infatti, in varie occasioni il premier ha sollevato i cieli di questi Paesi con volo di Stato – tra cui l’Italia – sollevando critiche.

La Cpi, che per mandato dell’Onu indaga i singoli per crimini gravi su popolazioni (crimini di guerra, contro l’umanità o di genocidio), non dispone di un suo corpo di polizia che possa eseguire i mandati di arresto, e quindi si affida alle forze giudiziarie delle nazioni che hanno siglato lo Statuto.

Nonostante l’indebolimento politico che la Cpi ha subito dopo il mandato d’arresto emesso su Netanyahu, ancora tutti e 27 gli Stati membri dell’Ue ne sono parte e ieri, tramite l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, l’Europa non ha mancato di reagire all’annuncio di Rubio: “L’Ue sostiene fermamente la Corte penale internazionale e i principi sanciti dallo Statuto di Roma e come Ue rispettiamo l’indipendenza e l’imparzialità della Corte. Siamo fortemente impegnati a favore della giustizia penale internazionale e della lotta contro l’impunità. Attacchi o minacce nei confronti della Corte, dei suoi funzionari eletti, del suo personale o di coloro che collaborano con essa sono semplicemente inaccettabili”.

In tema di misure punitive, non solo gli Stati Uniti, ma anche la Russia ha sanzionato giudici, funzionari e collaboratori della Corte per il mandato d’arresto spiccato contro il presidente Vladimir Putin per crimini commessi in Ucraina. Alcuni magistrati seguono sia il dossier Putin che quello a carico di Netanyahu, e quindi si sono ritrovati sanzionati due volte.

La Corte però lavora su una pluralità di dossier: indaga su trafficanti che hanno commesso torture e uccisioni contro i migranti in Libia, su diversi “signori della guerra” africani e ha aperto un procedimento a carico dell’ex presidente del Sudan Omar al-Bashir per il genocidio nel Darfur dei primi anni Duemila oppure, più di recente, sull’attuale ex generale e presidente del Myanmar, Min Aung Hlaing: guidò il colpo di stato del 2021, che ha portato all’incarcerazione della Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.
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