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Vincenzo Costanzo, cavalleresco Turiddu

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All’Opera di Sofia, il 9 e l’11 luglio, vanno in scena Cavalleria Rusticana e Pagliacci, per la direzione di Francesco Rosa e Plamen Kartaloff, con il tenore napoletano protagonista del capolavoro di Pietro Mascagni

Doppio appuntamento, all’Opera di Sofia, il 9 e l’11 luglio, alle ore 20, il sipario si leverà sul più celebre binomio dell’estetica naturalistica, Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, titoli popolari e amati, opere di frattura tra il “rilassamento” della grande opera romantica e l’urgenza presentita di un novello corso.

Opere che hanno aperto il cosiddetto “decennio” dei manifesti, ma che tuttavia sembrano avvalersi di esterni corredi, piuttosto che di ragioni morali profonde: d’accordo, la stringatezza di fuoco dell’espressione melodica, la concitazione e talora la brutale sommarietà del tessuto orchestrale (per le quali non va fatta piccola parte davvero all’incompletezza del tirocinio musicale mascagnano, lo stesso che avrebbe creato ab inizio le premesse di certi suoi complessi di colpa dell’età matura nei riguardi della “dottrina”), lo spostamento dell’asse vocale sul “centro” e l’onerosità conseguente del canto declamato, certo, non sono in debito né con l’esperienza scapigliata né con quella del francese opèra-lyrique, e semmai, un’eventuale analogia relativa a modi di combinare e giustapporre strutture vocali e corali con le funzioni meramente “cantanti” dell’orchestra, può osservarsi, tra Cavalleria e Gioconda.

La chiusura è una coda sinfonica ricca di cromatismo, che evoca il duetto Santuzza-Alfio, sulla quale si chiude il sipario, e che condurrà all’enfasi dell’accordo finale di fa minore, la tonalità della “Siciliana”.

L’azione ineluttabilmente tragica, permeata dalle opposizioni simboliche del sacro e del profano, e i sentimenti umani così descritti, con le contrapposizioni amore-passione e gelosia-vendetta, si ergono all’altezza di archetipi tragici e consegnano Cavalleria rusticana quale specchio per drammi successivi dove, insieme all’elemento sacro, non mancherà la celebrazione di amore e morte.

Ma il diverso modo di aggredire la fisionomia del vecchio melodramma non riesce a ribaltare i sensi intimi dello stesso, e anzi, avviandosi a ripeterne gesti e comportamenti secondo un codice soltanto “meccanico”, come nell’uso di una lingua morta, mira a soddisfare le aspirazioni di un ceto medio che, con tutti i suoi ritardi e complessi, solo a un tal tipo di frattura in fondo era teso, evitando gli esercizi senza rete dell’avventura musicale tardo-ottocentesca.

Cavalleria Rusticana, segna il ritorno nel ruolo di Turiddu del tenore napoletano, Vincenzo Costanzo, reduce dalla standing ovation della Tosca a Regio di Torino, il quale sarà in equilibrio tra la brutalità passionale e la vulnerabilità.

Non certo un eroe positivo, Turiddu, bensì un giovane debole e vittima delle sue stesse passioni che accetta il suo tragico destino per via del codice d’onore siciliano, consapevole di essere nel torto, sarà schizzato dalla splendida voce di Vincenzo Costanzo, ricca di sfumature, squillante negli acuti e dotata del calore ideale per incarnare la passionalità del giovane contadino siciliano, trasmettendo l’irruenza, il senso di colpa e il tragico fatalismo di Turiddu.

Al suo fianco, Radostina Nikolaeva sarà Santuzza, Tsveta Sarambelieva Lola, Vesela Yaneva, Mamma Lucia, mentre Vesselin Mihaylov farà schioccare la frusta di Alfio, diretti da Francesco Rosa, per la regia di Plamen Kartaloff, le scene di Giacomo Andrico, e la partecipazione speciale del coro dei bambini della radio nazionale, preparato da Venetsia Karamanova e Mihaela Koteva e il coro dell’Opera guidato da Violeta Dimitrova.

La regia, classica, è stata intesa quale rappresentazione sacra, in un contesto che, come in tutte le opere uscite da scuole nazionali di fine secolo, fa della pittura di paesaggio, e d’ambiente la sua caratteristica, ben oltre l’episodio d’amore e tradimento, con delitto d’onore, in cui i soli attingono a riferimenti canzonettistici e le romanze da salotto si adagiano sul popolare, in un grande affresco sonoro dalla passionalità estroversa, che inzuppa di melodie per gradi congiunti il vecchio recitativo, con partecipazione stretta dell’armonia e del timbro strumentale alla coloritura e sottolineatura del discorso vocale.

Se Cavalleria, anche per ragioni di priorità, intitola il verismo nel teatro in musica italiano, il suo manifesto è Pagliacci.

Il soggetto deriva da un fatto realmente accaduto a Montalto di Calabria, un duplice omicidio nel mondo dei guitti, una verità che sale dalla memoria e che Leoncavallo ferma ancora in movimento, come con un obiettivo fotografico.

Nessuna musica forse, a quell’epoca è riuscita ad inserirsi così bene nel mondo dei clown, che recitano parti assurde per non vedere la realtà e quando essa arriva non possono che continuare a fingere per non riconoscere il proprio squallore.

I turgori melodici starebbero a significare che i cuori sono pieni di sentimenti, passioni volontà, desideri; ma le deformazioni dissonanti, il cromatismo a volte beffardo, a volte oscuro e involuto, dicono che il gelo, la beffa, la malattia, lo schifo di un’esistenza raminga e misera possono uccidere tutto, anche i pensieri e gli affetti.

Lo sentiamo in quelle stranezze e durezze della condotta armonica in cui sta la grottesca, anche allucinata caricatura di questi esseri comici, dal trucco che si disfa quando scendono le lacrime e nessuno del pubblico le vede, perché abituato a ridere delle facce imbellettate e stolide.

Se i personaggi, Canio, che avrà la voce del tenore Amadi LaghaNedda, Milla Mihova, Tonio, Fabian Veloz, Beppe, Emil Pavlov, Silvio, Atanas Mladenov, sono sinceri, il loro canto trascina come delle catene anche nelle linee ascendenti, quasi in cerca di aria, quando invece, non lo vogliono essere, trovano anche nella musica un’adeguata finzione, il mondo intimo, che si nasconde nell’oscurità, sfugge anche ad un vero contatto con la folla.

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